Rosa Balistreri, mia zia Pina e Nina Simone

E’ una foto di Rosa con la chitarra, che mi tira dentro un vortice di pensiero che mi scaraventa sulla porta della ‘a’grasciata, un posto dove si mangiava benissimo. Un’osteria di quasi cinquant’anni fa, a Sant’Erasmo, di fronte a Padre Messina. Ero lì bambino di sei anni, davanti a quel donnone che usciva più dalla gola che dal corpo. Sirena era, per il canto ammaliantissimo.

Mangiai neonata dal dito enorme di Franco il pesciaiolo. Calò l’indice puntato a pistola col mignolo reclinato dalla morsa di un anellone d’oro, sul cesto di vimini, per tirar su quella viscida ed odorosa consistenza di avannotti, nati per essere mangiati subiti. Vivi. Erano i tempi in cui a Napoli c’era il colera imputato alle cozze. “Cchistta è tutta graziadiddio! E sulu u mari nnà runa! Mancia antriuzzu! Mancia!”

Ma era quella voce, che era tuono, che non riuscivo a smettere di ascoltare. La voce di Rosa. Che mi fece provare un tale struggimento per una terra bellissima assassinata dall’arretratezza, dall’ignoranza, a cui il popolo era costretto da una classe aristocratica e latifondista. Erano i tempi in cui moriva un sindacalista ogni giorno, da queste parti. E lei già cantava quel dolore che non era percepito da tutti. Illusi di vivere un momento per sempre.

Mia zia Pina era sarta. Con una buona carriera davanti. Ed era, delle zie, la più intraprendente. Lavorava tutto il giorno e quando non lavorava pensava al lavoro. E quando faceva finta di pensare al lavoro, ma non c’era un attimo libero del suo vulcanico cervello, teneva i contatti con tutta una famiglia. fatta di padri, madri, fratelli, cognate, nipoti. Il telefono come emancipazione. La capacità di fare qualcosa, non muovendosi dal posto in cui si vive. Che è poi una casa-laboratorio.

Con i posti per le ragazze, una stanza di posa, ed un gran salone “aereato”, come si usava dire allora, di uno spazio ampio e disseminato di comodi divani e tavolini porta oggetti. Di là, la stanza del pianoforte. Dopo pranzo, capitava di sentire, dalle finestre aperte di quel secondo piano, arie e canzonette, cantate a gran voce e con trasporto alla maniera di Orietta Berti, altra donna di quel tempo.

Come Rosa, mia zia Pina, rappresentava in quel tempo il forte carattere di emancipazione femminile che non si è tenuto in buon conto. Nina Simone? …Beh, ho sentito una storia…che metteva la pistola sul piano prima di iniziare a suonare…Nina, Nina, grande Nina. Rosa, Pina e Nina. Tre nomi che rappresentano per me, la lotta a certo conformismo. E tutto questo per dire di un attimo in cui guardando una foto di Rosa, ne vedo una di mia zia Pina, una di Nina Simone. E mi sembra di riconoscere tratti comuni…

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