Responsabile a chi?

Ancora. Ancora dopo anni passati a sentirmi addossare la colpa di una scelta sacrosanta, quella di non votare, ancora mi vedo puntato il dito contro per aver votato il Grillo. Anni spesi a passarmi la mano sulla coscienza, per motivare un voto che mi mettesse in pace con la mia anima, non mi mettono al riparo delle critiche di chi crede di avere ogni verità in tasca. Non posso mettermi in pace con quel diritto/dovere che potesse esprimere le mie convinzioni, il mio sentire, il mio modo di leggere la realtà, se non dopo aver passato il giudizio di chi è più grande di me.

Per quelli che erano gentili, ed applicavano uno sconto alle loro critiche nei miei confronti, ero un buffone. Mamma mia che pena. Che sforzo immane, resistere alla voglia di scatenare una rabbia legittimata da anni passati in minoranza. Spesi nel cercare di spiegare ragioni che non avevano diritto di cittadinanza, sol perchè non erano in linea con il pensiero corrente. Ed a niente serviva motivare, fornire prove, argomentare utilizzando il pensiero di chi aveva crediti oltre quello del milionesimo ct della nazionale, in libera uscita al bar dell’angolo. Così è, mi dicevano. Tu, vivi su Marte. Ma il peggio era sentirsi dire che ero giovane… “Ma che sai di stè cose! Tu sei giovane!…Il guaio è che, giovane lo sono stato fino a ieri, che ho fatto cinquant’anni! E giù risate, scrollate di boccione, ciondolate dello stesso per esprimere compassione, pena, cordoglio. “Sbagli tutto”. Motivazione: “perchè è così”.

Non valeva a nulla ricordare ai comunisti che questo, era un modo di pensare chiesastrico, per usare un termine camilleriano, a quei comunisti che si professano progressisti, ignorando, e per questo ignoranti, il vero significato del termine. Figurarsi farlo presente a quei cattolici che, sparita la democrazia cristiana, avevano trovato asilo fra le file dei progressisti che si sbranavano con quanta forza avevano in corpo, per acquisire quel termine che li avrebbe resi digeribili a quanti andavano in chiesa ogni domenica sicuri del fatto che, i comunisti, i bambini se li mangiavano davvero.

Quando sparì la democrazia cristiana, ai comunisti venne di fatto, buon gioco: “guardate che noi, i bambini , non li mangiamo”  dissero. E bastò questo, ai cattolici italiani, per accomodarsi laddove non avrebbero lasciato neanche il cappotto per conservare il posto! Fu un fiondarsi verso la sponda aborrita nel momento in cui capirono di non avere più rappresentanza.  Qual’è il termine, si chiederà di grazia il buon lettore! che consentì la diaspora? E’ presto detto: CENTRO.

Anni di lotte furiose per accaparrarsene l’usufrutto, distinsero le parti in causa, destra e sinistra, ognuna delle quali si professava pronta a tutto, pur di essere legittimata a farne uso, aprendo i propri ranghi a quanti del centro avevano fatto parte, fino al momento in cui, il centro, era sparito per volontà popolare. Oltre chè per gli scandali in cui si era impelagato, per le bugie che aveva raccontato in mezzo secolo di incontrastata egemonia, fornito dal segreto dell’urna, in contrasto con le idee professate.

Neanche a cercarli con il lumicino, trent’anni fa, si trovavano coloro i quali fornivano il 60 % del consenso scoperto nell’urna! Perchè su richiesta, non c’era italiano che non votava per il partito comunista.

Da quel tempo, tutto è cambiato per non cambiare niente. Sopratutto il “così è”. Quel fatalismo che consentiva ad un padre di scrollarsi di dosso il compito di dare una spiegazione, spiegare perchè, era così. “la vita è questa, cosa credi di potere fare tu, che non sei niente?” Ed in ottemperanza ai tempi, è cambiata anche la frase, che impone di non discostarsi dal pensiero comune. Dal “così è e non c’è niente da fare, chi credi d’essere per pensarla diversamente”, si è passati a dire “sii responsabile”: dimostra che non ti discosti dal pensiero comune per non creare intoppi al blando fluire del tempo che ha deciso per te come doveva andare. Sii responsabile.

Si, ma di cosa? Di scelte che non sono state mie? Di un volere che non ho condiviso? Di un pensiero che non ho mai condiviso? Devo essere responsabile, dimenticando me stesso, quanto ho imparato, quanto ho letto, dimenticando l’esperienza di anni che sono rotolati via all’insegna di un progresso che ha aggiunto tantissimo in un lasso di tempo minimo, dopo secoli di avanzamento lento? A passo di lumaca? E, sopratutto, devo essere responsabile nei confronti di un’anzianità che non ha alcuna intenzione di avallare il progresso se non per proprio tornaconto, o piuttosto, devo esserlo tenendo conto di quanti si stanno affacciando adesso alla vita? Ditemi di cosa stiamo parlando.

Per parte mia, se dovessi trovarmi su di una nave che affonda e dovessi scegliere tra il salvare mio padre, e non dico mio figlio, ma mio nipote, credo di non avere nessun dubbio nel mettere in gioco la mia vita per salvare il più giovane dei due. Tralasciando per un attimo le critiche al mio gesto, tu che faresti?

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