“Non hai letto cent’anni di solitudine?…”

Correvano, è il caso di dirlo, gli anni ’90 ed io, credendo nella flessibilità, lavoravo come commesso libraio presso una nota libreria in città. Credevo di toccare il cielo con un dito, ma non avevo fatto i conti con le menzogne che si nascondevano dietro quella parolina, flessibilità, appunto. Lavorare in mezzo ai libri, con i libri, leggendoli, annusandoli, tastandone con mano il volume, l’angolo, la compattezza comportava continue scariche di adrenalina e continui salassi del poco che guadagnavo. Un giorno che ritirai la “simanata”, mi ritrovai con quindici mila lire in mano a guardare il volto soddisfatto del principale, che non seppe resistere e ridendo mi disse: “complimenti, lei è il mio miglior cliente!”

Non ci misi molto a farmi una folta schiera di clienti. La mia passione mi dava un vantaggio enorme nel consigliare, tant’è, che specie il sabato, era lunga la fila di quanti aspettavano per conoscere novità o chiedere un aiuto su di una bibliografia, una ricerca, un libro introvabile. Le richieste che più mi gasavano erano del tipo: “cerco un libro con la copertina gialla” o “l’ha scritto un giornalista, di più non so…” ed ancora “so che è un romanzo, ma non so chi l’ha scritto ne di che cosa parla”…I trucchi, per trovare questi libri, c’erano e ci sono e posso riassumerli in una sola parola:informazione.

Questi clienti credo trovassero in me un interlocutore attento, preparato, ma sopratutto, mi riconoscevano una peculiarità di cui ero molto, ma molto attrezzato: la pazienza. Con molti di loro intrattenevo lunghi colloqui, uno scambio prezioso per chi con il pubblico deve interloquire. Fu in questo periodo che iniziai a sentirmi ripetere la frase del titolo, quando rispondendo sulle mie letture preferite non enumeravo il libro di Marquez. E dire che di libri, allora, come oggi, ne leggevo…”Ma come?…Non ha letto cent’anni di solitudine! Impossibile!…” Più donne che uomini, alzavano il timbro della voce usando un pizzico di scherno. Un sorriso di vittoria si stampava sui loro volti mentre giravano intorno lo sguardo per cercare consenso tra gli astanti. “Impossibile!” ripetevano, prendendo aria a bocca aperta, come se fossero risaliti dal fondo della fossa delle Marianne, “non può non aver letto cent’anni di solitudine!”. A poco serviva dire  che alcuni autori avevano in quel momento la precedenza: Celine, Hemingway, Borges, Philip K. Dick, Vonnegut, Piero Chiara e Calvino, il grande Gadda, Le mille ed una notte. “Come?…Ma Marquez ha la priorità!…”

Una di loro, presente ogni venerdì dopo la seduta dal parrucchiere, tailleur d’ordinanza ed occhialoni scuri, borsa gucci e foulard hermes, pensò bene di lamentarsene con chi di dovere. Era la moglie di un professionista, con il quale il titolare intratteneva interessi economici non proprio specchiati, nascosti da un rapporto di amicizia. Ed era per questo che si presentava ogni venerdì: per controllare che gli “affari” venissero condotti al meglio, che andasse tutto bene, che il socio del marito avesse l’attenzione che gli affari meritavano. Mai che comprasse un libro, però. Se li faceva regalare e solo se costretta a fare qualche regalo ad una amica. Così quando prese una copia del libro, fece la domanda fatale: “ma lei, lo ha letto?” Alla mia risposta sembrò avere un mancamento. Balbettava rossa in viso. “Ma come?…Lei non lo ha…impossibile…Non ha letto cent’anni di solitudine?…Eh no, no, no…” Alzò il mento per aria e andò a passo di carica verso il fondo della libreria, dove stava l’ufficio del titolare. Me li trovai davanti mentre tenevo testa a quattro clienti diversi, ognuno con una richiesta improbabile. La signora, seppi dopo, non aveva voluto sentire ragione ed aveva costretto il titolare, che le aveva assicurato di porre rimedio allo scempio, ad una tiratina d’orecchi per il sottoscritto,in sua presenza, giusto per non lasciare niente di intentato, onde evitare ogni dubbio riguardo la preparazione richiesta per il compito che mi era stato affidato. Il titolare ebbe il tempo di lasciarla poco più avanti di un passo, e con una schiacciatina d’occhio non vista, mosse un rimbrotto. Io recitai il mio autodafè e la signora andò via contenta. Ma rimase nell’aria, quella storia. Intanto perchè decisi, felice della mia infantilità nel farlo, che non avrei letto quel libro neanche sotto tortura e poi perchè una ragazza presente all’episodio, riprese la storia.

“Ma come? Sul serio non hai letto cent’anni di solutidine?..” Non passò neanche tanto tempo che mi sentii ripetere la domanda altre volte, tante volte, troppe volte, per non riconoscere che veniva pronunciata da chi di libri aveva forse letto quello solo e da persone chiaramente di sinistra. Col tempo smisi di pensare al libro e mi misi ad osservare queste persone che sgranavano gli occhi quando manifestavo la mia ignoranza. A nulla valeva parlare di altre letture. Per qualcuno diventai “Quello che non ha letto cent’anni di solitudine”, mentre per me, quelli che ricorrevano a questo appellativo divennero “comunisti con il drink in mano”, ovvero tutte quelle persone che in virtù di un solo convincimento credevano di avere in tasca tutta la verità.

Però alla fine, il libro l’ho letto. Dopo anni ed anni passati a spostarlo da uno scaffale all’altro, una notte d’insonnia di qualche tempo fa mi fece decidere che era ormai tempo di leggerlo. Oggi sono alla terza ri-lettura. Capolavoro.

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